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| Le mani di Matteo in una piastra di terracotta che qualche archeologo del futuro troverà |
Col pollice premo sull' argilla. Lascio un segno. Il fuoco lo rende eterno.
Sembra un haiku.
Queste tre semplici frasi (immagini) rappresentano in estrema sintesi l’essenza del fare ceramica.
Potremmo finire così, delegando l'interpretazione al bagaglio personale del lettore, ma concediamoci per un momento di approfondire.
Un aspetto sottovalutato del fare ceramica è il coinvolgimento emotivo che questa arte innesca in chi la pratica.
La valenza magico/spirituale dell’atto creativo è stata intuita dall’uomo fin dai tempi più remoti, tanto che ne troviamo traccia nei miti della creazione di tantissime culture del mondo.
Giudaismo, cristianesimo ed islam, che trovano la loro origine comune nel vecchio testamento, vedono un Dio padre che plasma l’argilla per creare l’uomo a propria immagine e vi infonde lo spirito con un soffio.
Il mito di Adamo affonda le sue radici nella precedente civiltà Sumerica, dove la Dea madre Nimah crea l’uomo impastando l’argilla con il sangue di un dio ribelle.
Desta curiosità il fatto che il mito più antico coinvolga una divinità femminile e che l’essere umano sia stato destinato ad avere un' innata tendenza alla ribellione.
Dall’altra parte del mondo Manitù diede forma a delle statuine di argilla, decise poi di cuocerle e dopo vari tentativi prese vita il popolo rosso.
La lista di Dei che partendo dall'argilla danno forma e vita all'essere umano si allunga a tal punto da far pensare ad un mito universale di cui ritroviamo le tracce nella mitologia greca, egizia, cinese, inca, maori, indù e in una lunga lista di miti locali appartenenti a popoli sparsi su tutto il pianeta.
Il Dio vasaio è quindi una immagine simbolica molto profonda (forse archetipica) che racchiude e descrive l’atto più potente e magico: la creazione.
Sia che si creda ad una divinità creatrice o che si accetti una visione più illuministica che prevede sia stato l’uomo a fare Dio a propria immagine e somiglianza, la domanda utile ai nostri ragionamenti resta invariata.
Perché Dio è un vasaio? Perché l’uomo ha scelto di creare un Dio vasaio?
"Chi fa ceramica riproduce sé stesso."
Questo concetto che appresi da Jean Santilli circa 20 anni fa, quando partecipai ai suoi seminari in quel di Urbino, ben descrive ciò di cui stiamo parlando.
Ho riproposto il concetto dell'uomo che crea sé stesso durante i miei corsi, sopratutto in quei contesti più "maturi" quando avevo a che fare con adulti che spesso erano insegnanti o operatori culturali.
Crash, alias Danilo Sechi è un Formatore, Life Coach e imprenditore, lavora con ragazzi per motivarli al fare impresa e al fare in generale.
Cosa c’entra?
Anni fa ha seguito un mio corso di introduzione alla ceramica dove tra le altre cose si lavorava alla creazione di una maschera.
"Chi fa ceramica riproduce sé stesso."
Danilo mi prese alla lettera e fece questa.
Gli diede un nome che qui non posso riportare, ed è convinto che con questa maschera lui ha esorcizzato una parte di sé che è felice di aver abbandonato.
Una catarsi salvifica.
Ma è andato molto oltre.
Da più di 10 anni porta la sua opera nei suoi seminari e mi chiama per far realizzare una maschera ai suoi ragazzi:
Danilo dice:
"Facendo la maschera i ragazzi trasferiscono in essa le forze che dentro di loro hanno difficoltà a scatenare. La prima forza che esce è quella che hanno soppresso maggiormente, alcune volte è la parte peggiore, altre volte è sorprendente scoprire che la parte nascosta è la più bella "
L'uso che Danilo ha fatto della maschera di terracotta e delle sue valenze quasi apotropaiche è un esempio lampante di quanto il "fare ceramica" e il "far fare ceramica" siano attività molto più profonde del semplice esercizio della manualità.
Nei suoi seminari propone di realizzare 2 maschere, una all'inizio e una alla fine del percorso formativo, quando le nuove consapevolezze possono dare vita una maschera più.... Positiva? Attiva? Determinata? Arrabbiata? Ribelle?
Dare forma ad una emozione in questo caso è un atto cosciente, evocato da Danilo in funzione di uno scopo: mettere in evidenza ciò che rifiutiamo o ciò che vorremmo diventare.
In altri contesti le dinamiche in atto non sono così evidenti, agiscono sotto traccia, direi quasi in maniera sotterranea e come un fiume carsico scorrono sotto la superficie.
Ogni volta che il rito della creazione si ripete si innesca un dialogo/lotta con la propria opera, e quindi con se stessi.
Trovarsi di fronte ad un pezzo di argilla a volte può pietrificare.
Gli scrittori la conoscono come sindrome del foglio bianco, gli artisti lo chiamano blocco dell'artista.
L'incapacità di creare e dare forma crea senso di impotenza e paralisi.
A volte questo blocco, questo terrore strisciante e multiforme si presenta a metà dell'opera, quando la creatura inizia a mostrarsi, e la paura di sbagliare irrimediabilmente (apocalisse) porta molti a tergiversare rimandando tutto ad un ipotetico domani.
Capita anche che alcuni non riescano a terminare l'opera, molti arrivano a dichiarare di non volersi prendere la responsabilità di finire, "rovino tutto" (mi rovino), alcuni si rivolgono all'insegnante disperati: no guarda arrivati a questo punto fallo tu, finiscilo tu se no io lo rovino... (l'apocalisse che ritorna).
Il sentimento di fondo è la paura di sbagliare, irrazionale ma potentissima e condizionante come pochi altri sentimenti.
Iniziano ad emergere alcuni punti fissi su cui ragionare:
Chi crea trasferisce nell’opera parte di sé.
Questa parte di sé diventa quindi visibile a noi e agli altri.
Mostrarsi innesca (scatena) emozioni. Gratificazione, rifiuto, fascinazione o delusione sono solo alcuni esempi.
Tutto questo avviene indipendentemente dalla volontà di farlo, sia che si faccia una ciotola o una scultura.
Inizia ad apparire chiaro che il fare ceramica, depurato dagli aspetti produttivi e specialistici di Ceramisti ed Artisti (entrambi maiuscoli), possa e debba ricoprire delle funzioni formative molto più ampie e articolate di quanto possa apparire ad uno sguardo frettoloso.
Nel caso di Danilo l'intero processo (transfert?) è volutamente messo in luce e spiegato perché questo è funzionale allo svolgimento dei suoi seminari; evocare e fissare un’ emozione gli fornisce argomenti su cui poi stimolare riflessioni, consapevolezze e cambiamenti.
In altri contesti la presenza di chi insegna e chi impara mette SEMPRE in gioco le stesse dinamiche anche se silenziose, direi quasi sotterranee ma non per questo inattive.
Proprio come accade in inside out, il fantastico film della Pixar (guardatelo), le emozioni come paura,entusiasmo, insicurezza o rifiuto possono susseguirsi ed avvicendarsi sul palcoscenico condizionando l'apprendimento e lo svolgimento dell'intera esperienza.
Per chi non avesse visto il film, il palcoscenico di cui parliamo è quell'area compresa tra la gola e la pancia in cui le emozioni si scatenano e agiscono.
Abbiamo già trattato negli articoli "ceramica non è ghost" e "ceramica non è (solo) fare i vasi" i pericoli di esporre dei principianti totali a sfide completamente fuori dalla loro portata, e di come questo possa portare all'effetto di scoraggiare ed allontanare molti dal proseguire in questa disciplina.
Si ma quindi come agire?
In questa prima parte dell'articolo ci limitiamo a sollevare il problema.
Una buona domanda è spesso meglio di una facile risposta.
Fine prima parte.
PS. Io chiedo a voi lettori: Come gestite le emozioni che vi impediscono di creare?
PS2, Danilo come Coach vi chiede: Cosa avresti il coraggio di fare se non avessi la paura di fallire?
Per saperne di più guarda il video introduttivo:
Qui trovi i miei corsi https://antoniobatzu.podia.com/





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